Macedonia e Valentina

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di Vincenzo Borrelli
regia Pasquale Ferro
con Cristina Ammendola, Marina Billwiller, Vincenzo Borrelli


Le donne hanno sempre fatto parte della storia. Spesso hanno fatto la storia. Eroine, politiche, sante, guerriere, compagne battagliere, di uomini battaglieri. A loro si sono ispirati, poeti, e letterati.

Macedonia e Valentina, drammaturgia di Pasquale Ferro, ispirata al libro omonimo, pubblicato dalla casa editrice ilmondodisuk fondata e diretta da Donatella Gallone è stato presentato alla BookExpo di Chicago nel 2016 (unica esponente presente del mondo editoriale napoletano). Il libro di Pasquale Ferro oltre ad aver vinto prestigiosi premi (tra cui il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura "Nuove Lettere"), è stato tradotto e pubblicato in lingua russa.

Non è solo l’amore, il protagonista della pièce “Macedonia e Valentina” che ha come sottotitolo ‘O curaggio d’‘e femmene”, ma molto di più è un affresco di umanità, mosso da sentimenti travolgenti. Pasquale Ferro ha tratto ispirazione ideale da una storia vera e l’ha (con visionaria veracità) trasformata.

Lo spettacolo sorprende, avvince, commuove. Dietro le sbarre, Macedonia, è una giovane donna che si è difesa dalla violenza maschile, ha reagito con tutta la forza della sua anima e del suo essere, non ha acconsentito a una nuova profanazione del proprio corpo ma si è scagliata contro il suo carnefice. Sola sul palco, trasmette i brividi della propria disperazione agli spettatori che l’ascoltano in una serrata  empatia e in quel drappo rosso che si muove grazie a lei vedono il sudario di una femminilità messa sempre in pericolo dalla minaccia di un agguato esterno, di una brutalità assassina che spesso ha il volto di un compagno, un fratello, un padre, un uomo della porta accanto, nelle cronache da cui siamo bombardati, ogni giorno, attraverso i  media. Quel drappo di cui per un istante si ammanta anche Valentina, misurata e vibrante di emozioni allo stesso tempo. Lei, la suora infermiera, che s’innamora di una carcerata, selvaggiamente posseduta dalla ricerca di essere amata, coccolata, abbracciata, si veste di quello stesso sudario, in un flash, in quanto donna additata, accusata, giudicata da una società cattolica che le vieta di esprimere la sua tenerezza pulita nei confronti di un’altra donna. L’innamoramento tra Macedonia e Valentina avviene attraverso tutte le fasi (esitazione, attrazione, confronto), anche in quell’avvicinamento fisico che si realizza sulla scena con un’avvolgente capacità narrativa, senza inutili eccessi. Mediato dalla figura della carceriera Lovesella, che è anche e soprattutto una madre, capace di gesti generosi. Mamma di quell’Alessandro/Battilocchio, ragazzo cresciuto nel corpo, non nella mente, tenero collante tra tutte e tre le donne.

E poi c’è la musica dal vivo che crea imponenti connessioni viscerali mediante i brani appassionati di Myriam Lattanzio: “‘O posto d’ ‘o core (Lattanzio- Romano),  “Tre passe” (Lattanzio – Francini), “Comme a vvuje”(Lattanzio-Francini), “Famme muri’ cu tte” (Lattanzio-Venosa) verso un finale da fiaba moderna, conforto per il cuore e il futuro, nella speranza di un mondo migliore. Due Giovanna D’Arco che non verranno mai bruciate, ma lotteranno insieme con dissimili culture, linguaggi e atti coraggiosi.


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